ASSOCIAZIONE CULTURALE CAVALLARO-PRINCIPATO-MESSINA (Cat. A)
MA…CHI SEI?
“C’è chi dice no” indaga il tema della doppia faccia, delle identità mutate e delle verità nascoste. Dalle fiabe arrivano i primi inganni: la strega che offre la mela avvelenata e Pinocchio con il naso che cresce ricordano quanto la falsità possa celarsi dietro un gesto o trasformare chi la compie. Lo sguardo si sposta poi sulla realtà contemporanea: il Ponte di Messina, simbolo di promesse infinite e mai realizzate, diventa emblema della politica che cambia volto secondo convenienza. Persino Scilla e Cariddi, custodi millenari dello Stretto, emergono stanchi di un’incertezza umana che supera ogni mostro. L’ipocrisia quotidiana prende forma nel Vampiro, figura rispettabile alla luce del giorno e creatura oscura nella notte: metafora di chi indossa maschere sociali per nascondere la propria vera natura. Il carro è un invito a smascherare le apparenze e a cercare autenticità: una domanda che risuona come monito finale — “Ma… chi sei davvero?”.

ASSOCIAZIONE CULTURALE SCALIA-FICHERA (Cat. A)
GIU’ LE MANI!
Un grido di difesa e di libertà: “Giù le mani” racconta la lotta di chi rifiuta ogni forma di sopraffazione. Mani giganti, simbolo del potere e del controllo, cercano di stringere e manipolare l’essere umano, ma da quella stretta nasce la ribellione. Una figura femminile, emblema di dignità e resistenza, spezza le catene. Il carro invita a dire basta alla violenza e all’abuso in ogni sua forma — sulle persone, sulla natura, sulla libertà di pensiero. Un manifesto civile che trasforma il Carnevale in voce capace di denunciare, emozionare e ispirare coraggio.

ASSOCIAZIONE CULTURALE ARDIZZONE SCENOGRAFIE (Cat. A)
VAR (TUTTO DA RIVEDERE)
Una satira sul calcio e sulle sue contraddizioni. Il VAR, tecnologia nata per garantire giustizia, diventa lente deformante che genera nuovi fantasmi: arbitri invisibili, tifosi accecati, giocatori-automati. Il campo si trasforma in un’arena dove la passione si perde tra scandali e interessi. Nel caos dei replay, un bambino con un pallone ricorda il senso autentico dello sport: gioia, lealtà, gioco condiviso. Un invito a recuperare il valore umano dello sport oltre la logica del profitto.

ASSOCIAZIONE CULTURALE MARIO PRINCIPATO (Cat. A)
FURIA ANIMALE
L’uomo, predatore implacabile, ha oltrepassato il limite e la natura si ribella. Leoni, tigri e lupi si ergono contro l’arroganza che li ha sfruttati. Al centro, una creatura metà uomo e metà bestia urla la sua rabbia, incarnando la lotta tra istinto e ragione. L’opera riflette sul rispetto per ogni forma di vita e sulla necessità di riconciliarsi con la nostra parte più autentica. Un richiamo a ritrovare equilibrio con il mondo vivente.

ASSOCIAZIONE CULTURALE ARTE E CULTURA DI CAVALLARO PAOLO GIUSEPPE (Cat. A)
DUE LEGGENDE, NESSUNA REGOLA
Il carro racconta il riscatto sociale come forza che permette di superare povertà, discriminazioni e paure. La tigre rappresenta il coraggio che nasce dalla rabbia, mentre il pagliaccio incarna chi lotta dietro un sorriso. Accanto a loro, Pulcinella e Mister Corniciello ricordano le incertezze e la fortuna che manca, seduti su una macchina del tempo che simboleggia una battaglia eterna. La bestia dell’esclusione è l’ostacolo da superare. Il sipario si apre su Vasco Rossi, voce dei ribelli, ostacolato da arpie che rappresentano censura e pregiudizio. Dall’alto, una fenice annuncia la rinascita. A chiudere, Diego Armando Maradona: talento nato dal nulla, simbolo di chi, partendo dal basso, conquista il mondo. Il carro diventa così un inno alla libertà e al cambiamento: il riscatto sociale è possibile, e nessuna regola imposta può fermare chi sceglie di rialzarsi.

ASSOCIAZIONE CULTURALE CAMA MASCHERE RIBELLI (Cat. A)
IL BATTITO DELLA TERRA
Un inno alla vita del pianeta. La Terra, cuore pulsante, richiama l’attenzione dell’umanità distratta: il suo battito si fa debole, minacciato da guerre, inquinamento e avidità. Spiriti della natura e un grande albero — radice e respiro del mondo — si ergono come simboli di speranza. Ascoltare il pianeta significa ascoltare noi stessi, perché ogni scelta contribuisce al suo ritmo vitale. Un messaggio ecologico e spirituale di rinascita e consapevolezza.

ASSOCIAZIONE CULTURALE COCO (Cat. B)
NON È L’INFERNO
Ispirato al brano di Emma, il carro trasforma l’inferno in cronaca del presente: guerre, crisi, solitudine, rabbia. Le fiamme sono quelle dei social e dei giudizi che bruciano. Ma nel fuoco si erge una figura che non si arrende, simbolo della speranza che resiste. “Non è l’inferno” è una preghiera laica: nonostante tutto, l’umanità cerca luce. L’opera invita a non cedere al cinismo e a credere nella possibilità del bene.

ASSOCIAZIONE CULTURALE SARDO (Cat. B)
C’E’ POSTA PER TE
Il titolo è un invito alla pace in un mondo segnato da guerre e divisioni. Il giovane nuotatore in fuga tra onde e squali rappresenta una generazione costretta a cercare salvezza lontano dai conflitti. Ai lati, le potenze europee assumono un volto sorprendente: Giorgia Meloni e Macron usano aerei e cannoni per diffondere fiori, trasformando strumenti di guerra in simboli di dialogo. Al centro, un ironico Berlusconi-angelo, circondato da figure burlesque, unisce spettacolo e nostalgia. Sul retro, la grande busta del programma ricorda l’importanza della comunicazione: Maria De Filippi e Donald Trump consegnano un messaggio di pace rivolto a Putin e Zelensky. La stretta di mano finale tra i due leader immagina il futuro che tutti desiderano: mettere da parte le armi e scegliere la via della ragione. Un carro che trasforma la satira in speranza e ricorda che la pace è possibile, se si ha il coraggio di volerla davvero.

ASSOCIAZIONE CULTURALE LEOTTA-RACITI (Cat. B)
U.S.A E GETTA
Una riflessione sulla trasformazione del “sogno americano”, un tempo simbolo di riscatto, libertà e opportunità per chi arrivava da ogni parte del mondo. Gli Stati Uniti, storicamente terra di accoglienza e democrazia, diventano ora una fortezza che alza muri e chiude le porte a chi cerca un futuro migliore. Nella visione satirica dell’opera, Donald Trump diventa un moderno pifferaio magico che, con la sua melodia, allontana valori, diritti e speranze: gli stessi stranieri che un tempo contribuivano alla crescita dell’America vengono ora respinti e privati di studio, lavoro e opportunità. Intorno, topi che suonano invano la Liberty Bell denunciano la perdita della libertà, mentre aquile e bufali-guardiani difendono un Paese che ha smarrito la propria identità. Persino la Statua della Libertà appare deformata dal peso del consumismo. “U.S.A. e Getta” è una critica al protezionismo che trasforma un ideale di accoglienza in un modello che scarta ciò che non riconosce più come proprio.

FONTE : www.carnevaleacireale.eu
Un altro Natale è ormai alle porte e come ogni anno ciascun italiano si pone sempre la stessa domanda: panettone o pandoro? È un piccolo “dilemma” che si pone tra famiglie e amici, ma che racconta anche la passione degli italiani per quelli che sono considerati i veri sovrani delle feste. Non tutti sanno, però, che dietro la loro morbidezza e il loro gusto esclusivo si nascondono secoli di storia, leggende e tradizioni che hanno trasformato semplici ingredienti in dolci tipici della stagione.
Ma come sono nati? E come sono diventati così famosi nel tempo?

Il Panettone
Secondo la tradizione, il panettone nasce a Milano, e le sue origini mescolano storia e leggenda. Secondo una delle versioni più note, il dolce fu creato durante un banchetto organizzato dalla famiglia Sforza, alla corte di Ludovico il Moro, signore di Milano nel XV secolo. La leggenda racconta che un giovane apprendista pasticcere di nome Toni, per salvare il banchetto in onore del suo Signore, dopo un errore avvenuto in cucina, inventò un dolce a base di farina, uova, burro, zucchero, uvetta e canditi. Il successo fu talmente vasto, che tale dolce da quel momento venne chiamato “pan di Toni”, da cui poi ne sarebbe derivato il nome panettone. Molti documenti storici confermano che dolci simili al “pan di Toni” erano già presenti tra il XV e il XVI secolo, anche se riservati principalmente alle famiglie nobili milanesi. Nel XIX secolo, grazie a pasticceri come Angelo Motta, il panettone assunse la forma alta, tonda e con la mollica soffice che conosciamo oggi.
Si tratta di un dolce molto complicato da realizzare, in quanto la sua preparazione richiede una lievitazione lunga e delicata, che può arrivare fino a 24 ore.
Nel corso dei secoli il panettone è stato oggetto di innumerevoli innovazioni; difatti, oggi ne esistono varianti con cioccolato, crema, pistacchio o agrumi, senza tuttavia soppiantare la sua tradizionale identità fatta di semplicità. Ancora oggi, in alcune famiglie milanesi è ancora viva la tradizione di romperlo a metà e condividerlo, quasi fosse un rito propiziatorio per augurare prosperità e gioia.
Il Pandoro
Differente è invece l’origine del Pandoro. Simbolo di eleganza e tradizione veronese, il pandoro nasce a Verona, come un’evoluzione di alcuni dolci nobiliari del Veneto. La sua forma a stella a otto punte e la superficie dorata evocano la raffinatezza e le festività. L’antenato del pandoro era il “nadalin”, diffuso già nel XV secolo tra mercanti e famiglie nobiliari, spesso consumato durante le feste più importanti. La versione moderna, oggi conosciuto come Pandoro di Verona, fu perfezionata nel XIX secolo dalla famiglia Vergani, che gli diede il caratteristico impasto soffice e burroso, leggermente aromatizzato alla vaniglia.
Il nome “pan d’oro” richiama non solo il colore dorato della superficie, ma anche la preziosità di un dolce riservato alle feste, simbolo di raffinatezza e buon auspicio, mentre la forma a stella a otto punte simboleggia i punti cardinali, e l’augurio di fortuna e prosperità per il nuovo anno.
Oggi anche il pandoro, così come il panettone, è apprezzato in molte varianti: farcito con creme varie, cioccolato e soprattutto accompagnato da una spolverata di zucchero a velo. La sua eleganza lo rende protagonista delle tavole natalizie anche all’estero, dove si è aggiudicato il titolo di uno dei “dolci italiani” per eccellenza.
Tuttavia, occorre dire che nonostante se ne parli ogni anno, la sfida tra panettone e pandoro si svolge senza un vero e proprio vincitore ed è proprio il gusto personale del consumatore che riesce a fare la differenza. C’è chi non rinuncerebbe mai alla dolcezza dei canditi tipici del panettone e chi invece aspetta solo di dare una spolverata di zucchero a velo sulla soffice superficie del pandoro. Entrambi i dolci, infatti, raccontano un pezzo della nostra storia, delle nostre tradizioni e dei segreti della cucina nostrana.
E voi cosa preferite? Siete team panettone o team pandoro?
Noi intanto vi aspettiamo al Presepe Napoletano della Basilica di San Sbastiano di Acireale sabato 20 dicembre alle ore 19:30 per la degustazione del gelato al panettone ideato da Sicula Street.

Un’altra edizione del festival Le Vie dei Tesori è ormai giunta al termine e, anche quest’anno, la nostra associazione culturale si è occupata dell’organizzazione del festival nel territorio delle Aci, un impegno che portiamo avanti ininterrottamente dal 2021.
Dall’11 ottobre al 9 novembre scorso, per cinque intensi weekend, Acireale e il suo hinterland hanno accolto visitatori, turisti e curiosi appassionati di storia, archeologia, arte e tradizione lasciandosi guidare alla scoperta dei tesori del nostro territorio. Nonostante il programma ridotto rispetto agli anni precedenti, circostanza indipendente dalla volontà dell’associazione, ci siamo impegnati per dare vita a un’offerta variegata, capace di unire esperienze culturali, laboratori ludico-didattici, degustazioni e luoghi di straordinaria importanza storica.

Il pubblico ha potuto visitare l’area archeologica di Santa Venera al Pozzo con le sue antiche terme e fornaci romane. Situata nel comune di Aci Catena, si tratta di un sito particolarmente caro a noi soci, in quanto proprio lì, mentre ci trovavamo impegnati in una campagna di scavo, nacque, anni fa, l’idea di fondare Stoà Sicula.

Diverse sono state, poi, le esperienze adatte a un pubblico di grandi e piccini: il laboratorio di modellazione di argilla per la creazione di vasetti a mano e statuette con la lavorazione a matrice e il laboratorio di simulazione di scavo archeologico, rivolti ai più giovani e curati entrambi dalla nostra associazione; sempre ai più piccoli (e non solo) è stata dedicata una mattina alla scoperta dell’arte della cartapesta, un’attività ideata per apprendere l’antica arte carnascialesca dei maestri artigiani acesi; la visita e le degustazioni presso il laboratorio di Sicula Street, dove tradizione e innovazione si sono incontrate in una gustosa esperienza di assaggio di granite prodotte secondo la tradizione acese.




Non sono mancate le visite al Palazzo Martino Fiorini, gioiellino ottocentesco incastonato nel pieno centro storico di Acireale, e al Seminario vescovile della medesima città, nel quale i visitatori hanno potuto ammirare la meravigliosa cappella rossa e una ricca biblioteca che vanta tra le altre opere anche la presenza di manoscritti e cinquecentine. Molto apprezzate anche le visite alla Matrice di tutte le Aci, Basilica dedicata a San Filippo di Agira e dotata di campanile, museo e antichi colatoi sotterranei, visite condotte in modo eccellente dagli studenti dell’Istituto Comprensivo Sebastiano Scandura di Aci San Filippo (Aci Catena), protagonisti di un prezioso percorso educativo sul campo.



Anche quest’anno abbiamo rinnovato l’impegno della nostra mission consistente nel diffondere cultura e conoscenza, offrendo al pubblico la possibilità di riscoprire le bellezze e i tesori che rendono unico il nostro territorio.
Per concludere desideriamo esprimere un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile la buona riuscita del festival. Un grazie va al Dott. Giuseppe D’Urso, direttore del Parco Archeologico di Catania e della Valle delle Aci e alla Dott.ssa Giulia Falco, per aver reso accessibile l’area archeologica di Santa Venera al Pozzo durante tutti e cinque i weekend e per aver fornito le matrici utilizzate nel corso delle attività laboratoriali; grazie anche alla Diocesi di Acireale, a don Pietro Turrisi della Chiesa di San Paolo di Acireale e al team del Museo Benedetto XVI di Aci San Filippo.
Ringraziamo anche Don Giovanni Mammino, rettore del Seminario Vescovile di Acireale, che con estrema dedizione ha accolto e raccontato le bellezze di un luogo poco conosciuto.
Un sentito ringraziamento va ai proprietari del Palazzo Martino Fiorini con i quali collaboriamo durante l’interno anno, al maestro Pippo Contarino per la sua esposizione d’arte in ferro battuto e grazie anche a Orazio e a tutta la famiglia Cavallaro di Sicula Street per averci permesso di entrare nel cuore del laboratorio di pasticceria. Grazie al maestro artigiano Seby Ardizzone e allo staff dell’associazione culturale Ardizzone Scenografie per la loro disponibilità e per aver mostrato ai più piccoli la magia della cartapesta.
Grazie ai piccoli ciceroni dell’Istituto Comprensivo Sebastiano Scandura di Aci San Filippo, ai loro insegnanti e al loro dirigente scolastico. Un ringraziamento va anche alla Fondazione Città del Fanciullo e alla Dott.ssa Marina Scandura, che ci supporta e ci sopporta durante l’anno, e ai ragazzi del liceo classico Gulli e Pennisi di Acireale per aver svolto il servizio di accoglienza nei vari siti coinvolti.
Infine, dei ringraziamenti speciali vanno alla Fondazione Le Vie dei Tesori e alla responsabile del festival di Catania, Alessandra Fabretti, per aver riposto anche quest’anno fiducia alla nostra associazione per l’organizzazione del Festival, ai visitatori che ogni anno rispondono numerosi alla nostra iniziativa e soprattutto al nostro team e ai suoi collaboratori dell’associazione, vero motore e cuore pulsante di queste giornate.
Ogni visita, ogni laboratorio, ogni sorriso dei partecipanti ha ripagato la stanchezza e la fatica di mesi di lavoro volti a garantire la buona riuscita dell’evento. È solo grazie al nostro entusiasmo e alla soddisfazione dei nostri visitatori che riusciamo a superare porte che spesso restano chiuse, orecchie che non vogliono ascoltare e collaborazioni che faticano a nascere. Ma è proprio da questo che noi di Stoà Sicula troviamo la forza per andare avanti e continuare a batterci per diffondere cultura, tradizione e conoscenza.
Grazie a tutti e a presto!
Il 2025 è un anno speciale per milioni di persone in tutto il mondo: è l’anno del Giubileo. Roma è al centro dell’attenzione, con pellegrini che arrivano da ogni parte del mondo per vivere un’esperienza di fede, perdono e rinnovamento spirituale.

Ma cos’è davvero questo evento così importante per la Chiesa cattolica, e perché ha ancora senso parlarne oggi?
Per capirlo, bisogna fare un salto indietro di qualche millennio, fino all’Antico Testamento.
Il termine "Giubileo", infatti, affonda le sue radici proprio nella Bibbia. Il libro del Levitico, ci parla di un anno speciale che si celebrava ogni cinquant’anni in Israele. Era un tempo sacro in cui gli schiavi venivano liberati, i debiti cancellati, le terre restituite ai loro proprietari originari e la terra lasciata a riposo. Il nome stesso deriva dall’ebraico "yobel", che indicava il corno di montone usato per proclamare questo anno straordinario. In quell’antico contesto, il Giubileo non era solo un rito religioso, ma un gesto sociale e politico di enorme portata, che ristabiliva l’equilibrio e permetteva a tutti di ricominciare da zero.
Nel mondo cristiano, l’idea di Giubileo prende forma nel 1300, quando Papa Bonifacio VIII istituì il primo Anno Santo. In quel periodo, una moltitudine di pellegrini arrivava a Roma in cerca di perdono e speranza. Il Papa rispose aprendo loro le porte della misericordia: chiunque si fosse recato nelle principali basiliche romane e si fosse confessato avrebbe ottenuto l’indulgenza plenaria, cioè il perdono completo dei peccati. Il successo fu tale che si decise di ripetere l’esperienza. Inizialmente ogni cento anni, poi ogni cinquanta, fino ad arrivare alla cadenza attuale di un Giubileo ogni venticinque anni, in modo che almeno una volta nella vita ogni fedele potesse viverne uno.
Durante l’anno giubilare a Roma vengono aperte le Porte Sante delle quattro basiliche principali: San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura. Attraversare queste porte non è solo un gesto fisico, ma spirituale: rappresenta il passaggio da una vita segnata dal peccato a una rinnovata dal perdono. In quell’anno i fedeli sono invitati a compiere pellegrinaggi, a confessarsi, a riconciliarsi con Dio e a dedicarsi a opere di carità.
Al primo Giubileo parteciparono anche molti artisti, tra i quali emerge Giotto di Bondone, uno dei più celebri pittori del tempo. Anche se non esistono documenti certi che confermino la sua presenza diretta al Giubileo del 1300, è attribuito a lui un antico affresco nella Basilica di San Giovanni in Laterano, che raffigurerebbe Bonifacio VIII nell’atto di proclamare l’Anno Santo. Secondo un celebre aneddoto riportato da Giorgio Vasari nel XVI secolo, Giotto dimostrò la sua abilità artistica tracciando a mano libera un cerchio perfetto, gesto che convinse papa Bonifacio VIII a commissionargli il lavoro. Si tratta dunque, della prima raffigurazione del Giubileo.

Immagine da https://www.storicang.it/a/citta-santa-primo-giubileo_14781
Nel corso dei secoli i Giubilei hanno attraversato diversi momenti storici. Il Giubileo del 1500 indetto da Papa Alessandro VI è stato il primo ad inaugurare il rito dell’apertura simbolica della Porta Santa. Quello del 1950 con Papa Pio XII, in un mondo ancora ferito dalla Seconda Guerra Mondiale, fu vissuto come un grande momento di rinascita spirituale. Il Grande Giubileo del 2000, voluto da Papa Giovanni Paolo II, ha rappresentato un ponte tra due millenni e ha coinvolto milioni di pellegrini da tutto il mondo. Più recente è il Giubileo straordinario della Misericordia del 2015, indetto da Papa Francesco, che ha voluto portare il significato dell’Anno Santo anche fuori da Roma, aprendo Porte Sante in tutte le diocesi del mondo.
Parlando di attualità: il Giubileo 2025 sfrutta la tematica dei “Pellegrini di speranza”. In un mondo segnato da guerre, crisi ambientali, migrazioni e aumento della povertà, il messaggio lanciato da Papa Francesco consiste nel camminare insieme e ritrovare la speranza. È un invito a mettersi in cammino tutti insieme non solo fisicamente, ma anche interiormente.
La celebrazione dell’Anno Santo non è rivolta esclusivamente ai credenti, ma anche a coloro che si trovano distanti da Dio. Il Giubileo è, in fondo, un invito universale a ricominciare. Un’occasione per fermarsi, riflettere, guarire ferite interiori, perdonare sé stessi e gli altri. In un mondo come quello odierno che spesso appare divisivo e ingiusto è necessario creare un momento che metta al centro il perdono, la riconciliazione e la solidarietà.
Il Giubileo è, da oltre duemila anni, una storia di speranza. Un periodo speciale che può toccare la vita di ciascuno di noi. Può essere un’occasione per perdonare qualcuno, per prendersi cura degli altri, per scegliere ciò che è davvero importante, anche senza la necessità di attraversare una Porta Santa.
E voi conoscevate la storia secolare del Giubileo? Avete mai partecipato ad uno in particolare?
Quando arrivi in Sicilia solleva gli occhi verso i balconi più colorati delle nostre città: fiori variopinti colpiranno certamente il tuo sguardo, ma potrai anche scorgere due teste umane.
Di cosa parliamo?
Di teste di ceramica, un uomo e una donna. Loro sono le famose teste di moro e questa è la loro storia.

Era l'anno Mille e nel quartiere arabo di Palermo, Al Hàlisah, abitava una donna. Una di quelle che trascorreva molto tempo in casa accudendo le sue adorate piante.
La sua quotidianità, però, un giorno venne stravolta da un uomo, un bel moro che, passato sotto il balcone di lei, si invaghì della donna. E il sentimento fu presto ricambiato.
Il loro amore era più forte che mai, sfidava le antiche convenzioni sociali. Chi mai avrebbe potuto accettare che la propria figlia palermitana e cattolica avesse una relazione con un uomo orientale e musulmano in pieno Medioevo?
Eppure si amavano e trascorrevano lunghe giornate insieme. Finché il grosso segreto che lui le nascondeva da sempre venne a galla: lì, nel suo paese lontano dall'isola italiana baciata dal sole, lui aveva già una moglie e dei figli.
Questo segreto gli costò davvero molto: dal momento che lui le aveva dichiarato l’intenzione di voler tornare nella propria patria, di notte, quando era più vulnerabile, lei lo uccise tagliando via la testa dal suo corpo. Solo così lui sarebbe rimasto per sempre con lei.
Ma cosa poteva farsene di quella testa senza un corpo?
La donna pensò di metterla lì dove avrebbe sempre potuto vederla e continuare ad amarlo: in un vaso contenente un germoglio di basilico.
Peraltro sapeva bene che il nome della pianta derivava da un termine greco (basilikos, ovvero sovrano), il che le conferiva un'aura di sacralità.

Ogni giorno, sul balcone, le lacrime di lei irrigavano la pianta che, poco a poco, si fece sempre più bella e rigogliosa tanto da fare invidia a tutti i passanti.
È per questa ragione che molti si fecero realizzare vasi a forma di testa umana da appendere ai balconi.
Insomma la donna perse la testa e la fece perdere anche a lui!
Secondo un'altra versione della leggenda, però, i due furono due amanti sfortunati: entrambi decapitati per aver consumato questo amore impossibile. La vergogna del loro gesto fu sottolineata, dunque, dall’affissione delle teste su un balcone, come monito per chiunque avesse voluto provarci.
Ecco perché oggi queste teste, più o meno colorate e realizzate dalle abili mani dei ceramisti siciliani, non solo ornano case, palazzi e alberghi di tutta la Sicilia, ma possono anche essere indossate sotto forma di gioielli.
Un souvenir perfetto per portare un po' della nostra assolata isola con sé!




