L’affascinante mitologia greca è intrisa di storie che continuano ad appassionare chiunque a distanza di millenni: vengono citati gli dei, le gesta di eroi e le malefatte di altri, ma anche di coloro che in vita furono mortali.
La morale all’interno di questi racconti può essere talvolta dubbia e questi racconti possono essere conditi da episodi di abusi, omicidi e tradimenti, per esempio.
Oltretutto, gli epiloghi di talune storie non sono sempre a lieto fine.

Il mito che vi proponiamo è tinto di amore e gelosia e viene raccontato magistralmente da Ovidio nelle sue “Metamorfosi”, con tre protagonisti in scena:

  • Aci, un pastore, figlio di Pan e della ninfa Simaeti;
  • Galatea, una ninfa marina, figlia di Nereo e Doride,
  • Polifemo, un ciclope innamorato di Galatea.

Aci e Galatea - Pinacoteca Zelantea, Acireale.

 

Sebbene Galatea fu desiderata da molti, essa provò costantemente a respingere le avances dei suoi pretendenti. Ad insidiare i suoi progetti fu Polifemo, un ciclope orrido nell’aspetto e brutale nei modi. 

Galatea lo detestava a tal punto da definirlo «crudele e ripugnante persino alle selve, che solo a rischio della propria vita può un estraneo avvicinare, che spregia l'Olimpo e i suoi numi».

L’unico ad aver fatto breccia nel cuore di Galatea fu il bellissimo Aci, un fanciullo di sedici anni. L’amore dei due sarebbe stato eterno, ma il fato non fu dello stesso parere. 

I sentimenti del ciclope per la ninfa divennero sempre più selvaggi nel tempo, così com’era nella sua natura. Egli, che era a conoscenza dell’amore reciproco che legava il pastorello alla ninfa, provò a convincere la sua amata implorando di recarsi nella sua dimora, una grotta sotto il vulcano Etna. 

Polifemo le offrì le ricchezze della terra che lo circondava e del bestiame in suo possesso e affermò: «Una chioma foltissima mi spiove sul volto truce e mi vela d'ombra le spalle, come un bosco. E non credere brutto che il mio corpo irto sia tutto di fittissime e dure setole; brutto è l'albero senza fronde, brutto il cavallo senza criniera che gli ammanti il biondo collo; piume ricoprono gli uccelli, beltà delle pecore è la lana: agli uomini si addicono la barba e il pelo ispido sul corpo. Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, ma a un grande scudo lui assomiglia. E poi? Dall'alto del cielo il Sole non vede tutto l'universo? Eppure anche lui ha un occhio solo.»

Dopo queste parole, egli tuonò la minaccia nei confronti del pastorello: «Che lui si compiaccia pure di sé stesso e, cosa che non vorrei, piaccia anche a te, Galatea; ma se capita l'occasione, sentirà come corrisponde a questo corpo immenso la mia forza. Lo squarterò vivo e per i campi, sopra le acque in cui vivi a brandelli scaglierò le sue membra: e s'unisca a te se gli riesce!»

Da lì a poco si concluse la tragedia di un amore non ricambiato e di un altro che non fu mai destinato a finire. 

Aci e Galatea - Raciti Palace, Acireale.

 

Polifemo rimase fedele a quanto aveva detto e, cogliendo i due amanti vicini, fu preso dalla collera e li terrorizzò: Galatea per lo spavento si rifugiò in mare, mentre Aci provò a fuggire dalle grinfie del ciclope.
Sfortunatamente la forza del geloso Polifemo si abbatté letteralmente su di lui: il povero fanciullo fu travolto da un macigno che gli fu scagliato addosso.
Aci, privo di vita, tinse col suo sangue il masso che lo aveva colpito ed il suo corpo, squarciato, divenne pallido.
Zeus, padre di tutti gli dei, misericordioso del dolore patito dalla ninfa decise di graziare quel corpo martoriato e concesse una nuova vita ad Aci: il suo sangue divenne un fiume e per sempre ne conservò il nome. 

 

Pompeo Batoni - Aci, Galatea e Polifemo (1761)

 

Come già detto, la conclusione di questo mito fu dolceamara: l’amore di Polifemo non fu mai ricambiato ed egli fu macchiato dall’omicidio di un giovane, la cui unica colpa fu quella di amare la ninfa Galatea. 

La metamorfosi di Aci si sposta dal mito alla realtà ed il suo nome rimane leggibile sia nel cosiddetto “U sangu di Jaci”, un fiume sotterraneo che sgorga nei pressi di Santa Maria la Scala, sia nell’antica Akis, il nome originario dell’odierna Acireale.

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